Come il pensiero positivo è avverso

Cinque volte più debole. La statistica americana lo dice con i numeri.

C’è una statistica americana del 2013 che dovrebbe essere appesa sopra ogni frigorifero, sopra ogni scrivania, dentro ogni bagno delle donne che si sentono bloccate.

Dice questo: un’esperienza bad vale cinque volte di più di un’esperienza good.

Cinque volte.

Ti spiego cosa significa, con l’esempio che porta anche Sibaldi. Il tuo compagno ti dice “maledetta cicciona”. Per compensare quella frase, quanti complimenti servono? Non uno. Non due. Non tre. Cinque. Al quarto sei ancora arrabbiata. Al quinto comincio a ripensarci.

Cosa ci sta mettendo davanti agli occhi questo esperimento?
Che il Bad e il Good potrebbe essere una nuova tesi di fisica dei desideri.

Perché bad, in americano, non vuol dire cattivo. Cattivo è evil. E non vuol dire nemmeno brutto. Brutto è ugly. Bad è avverso.

È l’esperienza che ti si mette contro. Ed è l’unica cosa che, secondo Sibaldi, e anche secondo me, ti tiene sveglia.

Fermati un attimo!

Se un’esperienza avversa pesa cinque volte di più di una favorevole, cosa succede a te che vivi immersa nel pensiero positivo?

A te che ti alleni all’autostima davanti allo specchio? A te che ripeti “sono in gamba, sono in gamba, sono in gamba” mentre dentro senti che non ci credi? Perché ti hanno detto che se te lo dici poi ti convinci e lo diventi, mentre non è davvero così.

Quello che succede nel fare questo è che ti stai narcotizzando.

Ogni “va tutto bene” che ti dici, è una goccia di anestetico sul Daimon che sta cercando di parlarti.

E il Daimon, se non lo senti, è perché sei cinque volte meno sensibile di quello che potresti essere.

I cinque chiodi

Sibaldi li chiama i cinque chiodi della croce. Le cinque piaghe che ti tengono ferma, immobilizzata, incapace di muoverti verso quello che desideri davvero.

Il primo è il senso di colpa. Attenzione: non il rimorso. Il rimorso riguarda quello che fai. Il senso di colpa riguarda quello che sei. È la convinzione, cucita addosso da bambina (dalle amiche, dalla mamma, dalla maestra, da chiunque a un certo punto ti abbia detto che eri sbagliata), che tu sia difettosa alla radice.

E da quel presupposto, ti costruisci un intero mondo che te lo conferma. Quando ti capita l’occasione di fare bene qualcosa, la fai male con una precisione che non useresti in nessun altro contesto. Perché?

Perché il tuo micromondo deve tornarti come lo hai progettato.

Il secondo è la paura. Non serve spiegazione.

Il terzo è l’ignoranza. Che è la bacchetta magica di tutto. Perché se non ti fai domande, se non ti chiedi perché, se non guardi davvero, il senso di colpa e la paura possono restare al loro posto tranquilli. Nessuno li scomoda.

Il quarto è l’autostima. Sì, hai letto bene. L’autostima. Quella che ti fa dire “io sono in gamba”, “io mi voglio bene”, “io sono abbastanza”. Bellissimo. Se non fosse che intanto smetti di desiderare. Perché desiderare vuol dire venir via da quella situazione che non ti porta da nessuna parte.

E se ti autostimi così tanto lì dove sei, perché mai dovresti andare da un’altra parte?

Il quinto è il pensiero positivo. Che, ricorda Sibaldi, non è un’invenzione new age. È una scoperta di Stalin, poi affinata da Hitler (“Arbeit macht frei” “Il Lavoro ti Rende Libro”, scritto sui campi di concentramento è puro pensiero positivo), poi comprata dai sociologi americani negli anni Cinquanta. Se pensi positivo, non pensi. Se non pensi, non ti muovi. Se non ti muovi, obbedisci.

Cinque chiodi. Cinque cose che, tolte, ti rimettono in moto.

Perché le tue amiche sono contente quando pensi positivo

C’è un dettaglio che dovresti stamparti nel muro di casa.

L’amicizia, è come il parquet. Ogni tua amica ti ha scelta perché nel suo pavimento tu sei una piastrella della dimensione giusta. Il patto segreto tra voi era: tu resti così.

Se arrivi con la Jaguar, se diventi un metro quadrato, se cambi forma, se cominci davvero a creare, se pubblichi quel libro, se apri quello studio, se dici finalmente ad alta voce cosa vuoi, gli fai saltare il pavimento.

E lei, come lo spiega alle altre piastrelle?

Per questo le tue amiche ti amano di più quando pensi positivo. Quando ti autostimi. Quando dici “va tutto bene così”. Perché resti al tuo posto. Perché non gli scomodi il pavimento.

Guarda, questo può sembrare cinismo. Invece è il motivo per cui, ogni volta che stai per fare un salto verso la tua verità, senti quella strana pesantezza intorno. Che si trova semplicemente nel parquet.

Cosa c’entra tutto questo con te che vuoi creare al tua felicità.

C’entra tutto.

Perché tu, donna creativa, che stai leggendo, pensi di avere un problema di autostima o di pensiero positivo. Mentre ti manca solamente la fiducia in te stessa.

Ti manca il permesso di essere avversa.

Ti manca il diritto di sentire che qualcosa non va, lo spazio per dire “questa vita non mi somiglia”, “questo lavoro mi ha svuotata”, “queste persone non mi vedono”, “quello che sto facendo non è mio”.

Ogni volta che stai per dirlo, arriva un carabiniere del pensiero positivo che ti sussurra: “Ma dai, in fondo va bene.” Arriva un carabiniere dell’autostima che ti fa: “Ma sei brava, sei riuscita a fare tante cose.”

E il Daimon, che stava per parlare e dirti la tua verità, si ritira in silenzio.

Il Daimon non parla con il pensiero positivo. Non ti fa neanche i complimenti.

Il Daimon dice solamente a te: questo non sei tu, vieni via.

E se tu sei allenata da anni a non sentire il bad, a coprirlo, a riformularlo, a positivizzarlo con una spruzzata di gratitudine mattutina, il Daimon non ha più voce.

L’esperienza avversa come materia prima

Nella Via del Daimon c’è un principio che va in senso contrario a tutta la manualistica dell’autoaiuto: l’esperienza avversa, quella che tu pensi essere un ostacolo, è la materia prima.

È la Nigredo, la fase alchemica del nero. Il momento in cui tutto crolla, in cui perdi le certezze, in cui ti senti sbagliata e non riesci più a mentirti dicendo il contrario. Nella tradizione alchemica quello è il momento in cui inizia il lavoro. ( E per fortuna che esiste!)

E quel momento non va superato e neanche ignorato o peggio eliminato.
Va attraversato con coraggio.

Perché lì, dentro il bad, dentro l’avverso, c’è la tua forza. Sibaldi lo dice statistica alla mano: chi vive esperienze avverse è cinque volte più forte, più intelligente, più tenace di chi si limita al positivo.

Non ti sto invitando a cercarti il dolore sia chiaro. Ti sto solamente invitando a smettere di scappare da quello che già senti doloroso, difficoltoso, pesante e invalidante .

Quando ti svegli e la prima sensazione è pesantezza, ascoltala. Non pensarla positiva. Non riformularla. Non trasformarla in “Dopotutto domani è un altro giorno”.
Non siamo Rossella O’Hara in “Via col Vento”.

Chiedile: cosa mi stai dicendo?

Quando qualcuno ti fa un complimento e dentro senti fastidio, non zittirlo quel sentimento.
Il fastidio è un dato. Ti sta dicendo qualcosa su chi ti sta di fronte, su cosa vuole da te, su cosa non sei più disposta a rappresentare, ad accettare, ad essere.

Quando ripensi alla tua vita e ti prende una malinconia strana, non chiamarla depressione.

Chiamala per nome: è il tuo Daimon che sta bussando alla porta del cuore.

Togliere i chiodi, nella pratica

Si! Si può. Si possono togliere i cinque chiodi osservando anche gli effetti.

Nel linguaggio della Via del Daimon, togliere i chiodi vuol dire tre gesti concreti.

Aprire il Cleaning Book e scrivere tutto quello che non hai il permesso di dire da nessun’altra parte. Il fastidio. La rabbia. Il pensiero cattivo su tua madre. Il dubbio sulla tua relazione. La domanda che non ti fai da anni. Il desiderio che non osi confessare nemmeno a te stessa.

Il Cleaning Book non è un diario, e neanche un journaling, men che meno il diario della gratitudine. È lo scarico del bagno. È l’igiene mentale prima di poter sentire davvero. E il bello è che non serve rileggerlo perché ciò che hai buttato era immondizia. Serve solamente scriverlo.

Prendere in mano una carta delle Daimon Creative Cards, non per interpretarla come una carta dei tarocchi, ma per lasciarti dire cosa non stai vedendo di te. La carta che scegli non è mai casuale. È la parte di te che chiede udienza, quella che stai coprendo con il pensiero positivo, quella che sta cercando di dirti ehi, sono qui, guardami.

Ho una cosa importante da dirti.

È la voce del tuo Daimon.

Sedersi davanti a un foglio bianco, prendere un pennarello, un pennello, un carboncino, qualsiasi cosa, e lasciare che la mano dica.
Nell’Arte Transpersonale, la mano sa prima della mente.
E quello che esce sul foglio, se non lo censuri, se non lo giudichi, se non lo cancelli, è il tuo Codice Daimon che si sta manifestando.

Non serve altro. Ma questi tre gesti, ripetuti nel tempo, tolgono i chiodi meglio di dieci anni di corsi motivazionali.

Chiedete e vi sarà dato

C’è una frase nei Vangeli che Sibaldi cita e che risuona con tutto quello che facciamo nella Via del Daimon.

Chiedete e vi sarà dato.

Non dice a chi chiedere. Non c’è un titolare, non c’è un Dio da supplicare, non c’è un universo da supplicare con la vibrazione giusta. C’è solo un verbo: chiedere.

Ma per chiedere davvero, devi sapere cosa desideri.

E per sapere cosa desideri, devi sentire cosa manca.

E per sentire cosa manca, devi lasciar entrare il bad. L’avverso. Il vuoto. Il non-ancora, che ti fa fare domande.

Se pensi positivo, non manca mai niente. Se ti autostimi, non ti serve niente. Se hai paura, non chiedi. Se sei ignorante, non sai cosa chiedere. Se ti senti in colpa, non credi di meritarlo.

Cinque chiodi. Cinque cose che ti tengono al tuo posto sul parquet.

Toglili uno alla volta.

E ricordati che il tuo Daimon non parla la lingua del pensiero positivo. Parla la lingua dei desideri veri.

Quelli che ti fanno paura.

Quelli che ti fanno saltare il parquet delle amicizie.

Quelli che, quando finalmente li dici ad alta voce, ti fanno sentire, forse per la prima volta, REALE, VIVA.

Mi aspetto che:

chi legge questo articolo mi legga e mi segua già su Instgram @enricaroncuzzi.

Ma soprattutto abbia già preso in mano le Daimon Creative Cards almeno una volta, si sia già seduta davanti al Cleaning Book anche solo per cinque minuti.

Do per scontato che tu abbia fatto, o stia facendo, il primo tratto di strada in autonomia.
Se non lo hai fatto sappi che c’è un gruppo Telegram proprio per questo, che ti aspetta.

Lavora per ESSERE mentre qualcuno ti parla, o mentre parli tu, come ti ho detto poco fa, serve ad ostacolare quella tendenza meccanica a farti risucchiare dal pensiero positivo, dall’autostima recitata, dal “va tutto bene” che ti scappa prima ancora che tu abbia sentito cosa c’è davvero.

Osserva il momento in cui accade.

Chiediti COSA ti impedisce di continuare ad ESSERE quando qualcuno si rivolge a te, e tu devi rispondere.

C’è forse la paura del pensiero positivo di non essere abbastanza performante se lascia le redini al Daimon?

(Hai cioè paura di fare una brutta figura, di deludere, di rompere il parquet?)

Quanto la paura dei chiodi è più forte del desiderio del Daimon di parlare?

Non fare come le persone comuni. Approfitta proprio di questi giorni, per lavorare con più vigore alla tua verità.

Apri il Cleaning Book. Pesca una carta. Prendi il pennarello. Togli un chiodo alla volta.

Spero con tutta me stessa che questo articolo ti sia stato di stimolo.

Condividilo con ogni donna che stai vedendo faticare per restare piastrella, mentre sente di essere metro quadrato.

Con tutto il mio affetto,
Enrica


Ascoltati, Osa, Raggiungi.
Il mondo è
meraviglioso, siamo noi ad avere paura di viverci sopra.

Approfondimento delle 5 parole sabotanti: Colpa, paura, ignoranza, autostima, pensiero positivo QUI

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