Il talento creativo non è un attitudine

Il talento che non sai di avere. La ghianda che aspetta di diventare quercia

Cara creativa che stai leggendo, fammi una domanda scomoda:
e se il tuo talento più grande fosse proprio quella cosa che fai così bene da non accorgertene nemmeno più?

Hai presente quando trovi una ghianda per terra, in autunno, e la guardi con la stessa attenzione che riserveresti a un sassolino? Piccola, marroncina, anonima. Nessuno, guardandola, indovinerebbe che dentro c’è già scritta, cellula per cellula, l’intera quercia: i rami che coprirà, l’ombra che darà, i nidi che ospiterà tra cinquant’anni. Eppure quel disegno completo esiste già, compresso in un guscio grande come un’unghia. Non manca nulla alla ghianda. Le manca solo il tempo e le giuste condizioni per diventare ciò che già è.

Ecco, il tuo talento funziona esattamente così. Ed è qui che le cose si fanno interessanti, perché non stiamo parlando di una metafora carina: lo psicoanalista James Hillman ha costruito su questa immagine un’intera teoria, la “teoria della ghianda”, sostenendo che ognuno di noi arriva al mondo con una forma precisa già dentro di sé, un’immagine-guida, un daimon, che sa da subito verso quale quercia sta crescendo, anche quando noi non ne abbiamo la minima idea. Non impariamo il talento come si impara una lingua straniera. Lo ricordiamo. Lo disseppelliamo.

Il problema è che nessuno ci ha mai insegnato a riconoscere una ghianda da terra. E allora succede una cosa buffa: facciamo la cosa che ci riesce meglio con la stessa disinvoltura con cui respiriamo, e proprio per questo, perché non ci costa fatica, pensiamo che non valga nulla. È il paradosso più crudele del talento: tende a nascondersi proprio nel punto in cui è più forte, perché lì non lo sentiamo come “impegno”, lo sentiamo come “normalità”. “Ma lo sanno fare tutti”, ci diciamo. No. Non lo sanno fare tutti. Semplicemente, per te, non sembra un talento: sembra respirare.

C’entra anche Jung, qui, e c’entra parecchio. Jung distingueva tra la persona, la maschera sociale che indossiamo per essere accettati, funzionali, presentabili e il Sé, il nucleo autentico che spesso resta sepolto sotto anni di “cosa ci si aspetta da te”. Molte professioniste che incontro hanno passato una vita intera a levigare la maschera e mai un minuto a scavare sotto. Risultato: sanno benissimo recitare la parte, ma se chiedi loro “in cosa sei davvera brava, quella cosa che fai tu e nessun altro allo stesso modo”, cade il silenzio. Non perché non lo sappiano. Perché non se lo sono mai chiesto con quella precisione.

E qui arriva il secondo pezzo del ragionamento, quello che spesso si ignora: la fiducia in sé stessi non viene prima del riconoscimento del talento, viene dopo. Aspettare di sentirsi sicure per iniziare a coltivarlo è come aspettare che la quercia sia già alta per innaffiare il seme. L’ordine è invertito: prima riconosci, poi coltivi, e la fiducia arriva come conseguenza, non come biglietto d’ingresso.

Come si riconosce, allora, una ghianda quando è dentro di noi e non per terra? Si chiede in giro, perché stanno fuori dalla foschia della tua “normalità”: vedono la quercia dove tu vedi solo un sassolino marrone. Chiedi a un collega, a un’amica, a chi ti conosce da anni: “Cosa faccio che ti sembra facile a me e difficile a te?”. La risposta, quasi sempre, ti sorprenderà.

C’è un aneddoto, vero o leggendario poco importa, su Michelangelo, che diceva di non scolpire mai una figura dal nulla: la figura era già nel blocco di marmo, e il suo lavoro era solo togliere tutto il marmo che non le apparteneva. Ecco, il tuo percorso di evoluzione non è una costruzione. È scalpello nel senso che non stai inventando un talento da zero. Quello che fai è togliere lo strato di “cosa dovrei fare” per liberare quello che, in fondo, sai già fare meglio di chiunque altro.

Certo e qui va detto con onestà, riconoscere il seme non basta: va innaffiato. Corsi, workshop, mentori, pratica costante: tutto questo serve, eccome. Ma attenzione a non confondere le due fasi: non stai costruendo dal nulla, stai dando le condizioni giuste a qualcosa che è già vivo. È la differenza tra piantare un chiodo e potare un albero. Il primo gesto crea qualcosa che prima non c’era. Il secondo libera qualcosa che c’era già, e che aspettava solo di crescere nella direzione giusta.

Quindi no, non lasciare che la tua ghianda resti a marcire in un cassetto perché “tanto lo sanno fare tutti”. Non è vero. È solo che a te sembra facile ed è proprio lì, in quella facilità sospetta, che si nasconde la tua quercia.

Il talento non si inventa: si disseppellisce. E ogni ghianda, prima o poi, chiede solo una cosa: la terra giusta per diventare foresta.

Se sei una donna pronta a smettere di scavare da sola e vuoi qualcuno che ti aiuti a riconoscere la tua quercia, fissa una call gratuita con me: insieme troviamo la terra giusta per te.