Come guardare dentro se stesse e avere coraggio

Le cinque parole che ti hanno limitato la prospettiva e hanno addomesticata la tua mente.

Colpa, paura, ignoranza, autostima, pensiero positivo.
Da dove vengono davvero, cosa hanno detto i filosofi, come la new age le ha capovolte.

Se hai letto l’altro articolo: “Come il pensiero positivo è avverso”, il pezzo sui cinque chiodi (Parole) che ti limitano, sai che ti fornisce parole su cui riflettere bene.

Ecco che questo nuovo articolo lo considero un approfondimento importante, perché forse ti è rimasta una domanda ferma in gola, dal precedente contenuto.
Qualcosa tipo: ma da dove vengono queste cinque parole? Perché proprio queste? E perché tanta parte della cultura in cui sono cresciuta le usa esattamente al contrario di come dovrebbero essere usate?

Quindi, questo pezzo è per te che sei curiosa e vuoi andare più a fondo. Sapere l’origine di una parola ti può sembrare una pedanteria, quando invece, come in questo caso, significa disarmare un’arma.

Ogni parola che sembra una trappola diventa meno pericolosa quando la guardi in faccia, l’affronti e quando sai dove proviene, da dove nasce, chi l’ha usata e a chi conviene che tu creda al suo significato prospettico a senso unico.

Andiamo per ordine.

Da dove viene la parola

Colpa viene dal latino culpa, che nel diritto romano era una categoria giuridica precisa. Significava responsabilità per un danno commesso senza intenzione. Diversa da dolus, che era il danno voluto. Già i romani, quindi, distinguevano il fare (culpa) dal volere (dolus). Il “senso di colpa” moderno, invece, non riguarda né il fare né il volere. Riguarda l’essere.

Ancora più rivelatore: in tedesco, colpa si dice Schuld. Ma Schuld significa anche debito. Sono la stessa parola. Chi si sente in colpa, in tedesco, è letteralmente chi ha un debito da pagare.

Cosa dice la filosofia

Nietzsche, nella Genealogia della morale (1887), scrive della scoperta, che dovrebbe essere rivelata obbligatoriamente alle scuole medie. Dice che il senso di colpa non è una realtà psichica innata.

È un’invenzione storica. È stato costruito dai preti per addomesticare “l’animale uomo”.
Il meccanismo è semplice: prima ti convinco che sei in debito (con Dio, con la società, con i tuoi genitori, con te stessa). Poi ti offro un modo di pagare (la penitenza, l’obbedienza, il sacrificio).
Sei mia, per la vita.

Freud, mezzo secolo dopo, chiama la stessa cosa Super-Io: la voce dei genitori interiorizzata che ti giudica anche quando loro non ci sono più. È la stessa voce che ti fa svegliare alle tre di notte per pensare a quella cosa che hai fatto quindici anni fa.

Kierkegaard aveva già fatto una distinzione utile: la colpa riguarda quello che hai fatto, il peccato riguarda quello che sei di fronte all’assoluto.

Sibaldi usa la parola “senso di colpa” in senso kierkegaardiano-freudiano: non è aver fatto qualcosa di male, è essere qualcosa di male.

Come la new age l’ha capovolta

Ti aspetteresti che le pratiche di crescita personale liberassero dal senso di colpa. Invece l’hanno reinventato in una forma più sofisticata. Si chiama legge di attrazione. Se attrai il cancro, la disgrazia, la povertà, il partner sbagliato, è colpa tua. Non hai vibrato abbastanza alto. Non hai visualizzato con abbastanza fede. Non ti sei liberata dei tuoi “blocchi karmici”.

Prima ti sentivi in colpa davanti a Dio. Adesso ti senti in colpa davanti all’Universo.
Il gestore è cambiato. Il debito no.

Da dove viene la parola

Paura viene dal latino pavor, che a sua volta viene dal verbo pavere, “essere colpito, tremare”. Ancora più a monte, dal verbo attivo pavire: colpire, battere. Etimologicamente la paura è quello che ti colpisce, che ti batte. Non nasce da te. Arriva.

Questo è già un indizio prezioso. La paura, alle sue origini linguistiche, è un evento.

Cosa dice la filosofia

Aristotele, nella Retorica (libro II), dice che: la paura è il dolore che deriva dall’immaginazione di un male imminente. E specifica.

Ci sono paure che ti muovono a un’azione e paure che ti paralizzano. La differenza sta nella possibilità: se pensi di poter fare qualcosa, la paura diventa cautela; se pensi che non ci sia niente da fare, diventa terrore.

Spinoza, quattro secoli dopo, nell’Etica, mette la paura (metus) e la speranza (spes) sullo stesso piano. Sono la stessa cosa: due modi di immaginare un futuro che non conosci. Tutte e due ti diminuiscono, perché ti tolgono dal presente. Chi vive di paura e chi vive di speranza sono, per Spinoza, ugualmente addormentati.

Ma la distinzione più importante la fa Kierkegaard nel Concetto dell’angoscia (1844) e la riprende Heidegger in Essere e tempo.

In italiano abbiamo una parola sola, ma in danese e in tedesco ce ne sono due. C’è la paura di qualcosa (Furcht): ho paura del ragno, del capo, dell’incidente. È definita, ha un oggetto, la puoi affrontare. E c’è l’angoscia (Angst): non ha oggetto, non sai di cosa hai paura, hai paura del nulla, hai paura della tua stessa libertà.

L’angoscia, dice Kierkegaard, è la vertigine della libertà: apri la porta della tua vita, vedi che potresti andare ovunque, e senti la nausea.

Questa angoscia, per la filosofia esistenzialista, non è una malattia. È il segno che sei viva. Chi non prova angoscia non ha ancora incontrato la propria libertà.

Come la new age l’ha capovolta

“Vivi senza paura.” “L’amore vince sempre la paura.” “Rilascia le tue paure.” Frasi che sembrano liberatorie e che sono, in realtà, un ordine sottile: non sentire quello che senti.
Diventa insensibile. Copri la bussola.

La paura, in un’esistenza sana, è un dato. Ti sta dicendo qualcosa: Se hai paura di lasciare quella relazione, forse hai paura di scoprire chi sei senza.
Mentre se hai paura di pubblicare quel libro, forse hai paura di quello che diventeresti se funzionasse.

Buttare via la paura significa buttare via l’informazione.
Chi non ha paura non è coraggiosa: è semplicemente cieca.

Da dove viene la parola Ignoranza

Ignoranza viene dal latino ignorantia, dal verbo ignorare, composto da in- (non) e gnoscere (conoscere). Gnoscere è imparentato con il greco gignoskein e con l’italiano “conoscere”. Ignorare, alle origini, è semplicemente il non-conoscere.

Ma attenzione: in italiano moderno ignorare ha due significati.
Non sapere, e fingere di non sapere.

Ignorare qualcuno in una stanza significa fare finta che non ci sia. Questa doppia valenza è preziosa: l’ignoranza vera è quasi sempre una scelta di non vedere.

Cosa dice la filosofia

Socrate è il grande maestro dell’ignoranza. La sua frase, tradotta pigramente in italiano come “so di non sapere”, nella versione originale è più : hen oida hoti ouden oida, “so una cosa: che non so niente”. La differenza è importante.

Socrate non si vanta di essere ignorante: si vanta di sapere di esserlo. Perchè questo lo rende superiore a chi non sa e crede di sapere.

Nicola Cusano, nel Quattrocento, scrive un trattato che si intitola De docta ignorantia, “L’ignoranza dotta”. La sua tesi è: l’unica conoscenza vera è la consapevolezza dei propri limiti. Chi crede di sapere tutto è il vero ignorante. Chi sa dove finisce il suo sapere ha già cominciato a sapere.

Kant, tre secoli dopo, fa la stessa cosa in modo sistematico nella Critica della ragion pura: mappa i confini della ragione. E lo fa per renderla libera dentro quei confini.

Sapere dove non puoi arrivare ti fa muovere meglio dove puoi.

C’è quindi un’ignoranza feconda (quella di Socrate, di Cusano, di Kant) e un’ignoranza sterile (quella di cui parla Sibaldi).
La differenza è che la prima è consapevole, la seconda no. La prima genera domande, la seconda le spegne.

Come la new age l’ha capovolta

In molte correnti spirituali contemporanee, l’ignoranza feconda dei mistici è stata pigramente convertita in un invito a non pensare. “Non c’è bisogno di capire, basta sentire.” “La mente è il problema, non la soluzione.” “Fidati e basta.”

Ma i mistici veri (Meister Eckhart, Teresa d’Ávila, San Giovanni della Croce) avevano prima studiato per venti o trent’anni. Il loro “non-sapere” era il superamento del sapere, non la sua evasione.

Quindi chi ti dice “non pensare troppo” senza aver mai pensato ti sta vendendo pigrizia con l’etichetta della saggezza.

Infatti Sibaldi ha ragione: l’ignoranza è la bacchetta magica.
Perché tiene insieme il senso di colpa e la paura. Se non guardi, se non chiedi, se non ti informi, non li scomodi mai.

Da dove viene la parola

Autostima è una parola giovane. In italiano compare stabilmente solo nel Novecento, come calco dell’inglese self-esteem. È composta da auto- (dal greco autós, “sé stesso”) e stima (dal latino aestimare, “valutare, dare un prezzo”).

Attenzione: stima è un termine economico. Aestimare, nella Roma antica, era ciò che facevi con le merci prima di venderle. L’autostima, alla lettera, è darsi un prezzo.

Non è un caso che la parola sia esplosa proprio nel Novecento americano, insieme al capitalismo dei consumi.

Cosa dice la filosofia (o meglio, cosa NON dice)

Se cerchi “autostima” in qualsiasi grande trattato filosofico prima del 1900, non la trovi. Non c’è in Platone. Non c’è in Aristotele. Non c’è in Sant’Agostino. Non c’è in Kant. Non c’è nemmeno in Nietzsche, che pure di sé stesso parla molto.

Perché? Perché nella tradizione filosofica classica esisteva una cosa diversa, che si chiamava amor proprio (in latino: amor sui, in greco: philautía).

Ma l’amor proprio non era una tecnica per sentirsi bene, ma piuttosto un dato di partenza da educare, senza alimentare. Per Aristotele, l’amor proprio virtuoso era quello di chi sceglie il bene.

Per Sant’Agostino, era la radice del peccato. Per Rousseau, era distinto dall’amour propre (vanità competitiva) che invece era la malattia moderna.

L’autostima come concetto psicologico nasce con William James, filosofo e psicologo americano, che nei Principi di psicologia (1890) propone una formula: autostima = successi / pretese.

Cioè: puoi aumentare la tua autostima o aumentando i successi o abbassando le pretese. Formula ineccepibile, e già lì c’era il problema: abbassare le pretese aumenta l’autostima.

Sentirsi bene di sé costa il prezzo di volere meno.

L’esplosione vera arriva con Nathaniel Branden, psicologo americano ex-compagno di Ayn Rand, che nel 1969 pubblica The Psychology of Self-Esteem e diventa il “padre del movimento dell’autostima”.

Da lì parte un’industria: libri, corsi, seminari, terapie basate sull’idea che quasi tutti i problemi psichici, sociali e persino economici derivino da bassa autostima.

Nel 1986 lo stato della California istituisce ufficialmente una task force sull’autostima, con l’idea che aumentare l’autostima dei cittadini avrebbe ridotto criminalità, gravidanze adolescenziali, tossicodipendenza e disoccupazione.

Il rapporto viene pubblicato nel 1990 con il titolo Toward a State of Esteem.

Non ha funzionato. Anzi. Studi successivi, in particolare quelli dello psicologo Roy Baumeister e colleghi (2003), hanno dimostrato che alta autostima non correla con successo, salute mentale o comportamento etico.

In alcuni casi, l’alta autostima correla con narcisismo e violenza: chi si stima troppo tende a reagire aggressivamente quando la sua immagine viene messa in discussione.

Come la new age l’ha capovolta

Non l’ha capovolta. L’ha semplicemente adottata. Non c’è nemmeno bisogno di rovesciarla: l’autostima nasce già come merce.

“Ama te stessa prima di poter amare gli altri.” “Sei abbastanza.” “Sei degna di ricevere.” Frasi che sembrano cura di sé e sono, in realtà, la produzione seriale di identità sedute.

Come dice Sibaldi: se ti autostimi tanto lì dove sei, perché mai dovresti muoverti?

L’amor proprio antico ti chiedeva di diventare degna.
Mentre l’autostima moderna ti dice che sei già degna, così come sei.
La prima ti spingeva a crescere. La seconda ti convince a restare.

Da dove viene la parola

Attenzione, qui Sibaldi provoca. Dice che l’ha inventato Stalin. Storicamente non è esatto alla lettera, ed è utile essere precise per capire la sua intuizione più profonda.

La formula esatta the power of positive thinking nasce nel 1952 con Norman Vincent Peale, predicatore protestante americano, autore di un libro che ha venduto oltre venti milioni di copie e ha fondato l’industria dell’autoaiuto moderna. Peale, curiosamente, era anche il pastore della famiglia Trump.

Ma le radici sono molto più antiche. Vengono dal New Thought Movement, corrente spirituale nata negli Stati Uniti tra fine Ottocento e inizio Novecento (Phineas Quimby, Mary Baker Eddy, William Walker Atkinson). L’idea centrale: i tuoi pensieri creano la tua realtà. Se pensi bene, ti va bene. Se pensi male, ti va male.

Poi è arrivato Napoleon Hill (Think and Grow Rich, 1937), poi Peale, poi tutta la letteratura motivazionale americana, poi Rhonda Byrne con The Secret (2006), poi il chiacchiericcio contemporaneo sulle vibrazioni alte.

Sibaldi ha ragione nella sostanza, anche se sbaglia l’attribuzione a Stalin nella lettera: i regimi totalitari del Novecento hanno usato tecniche identiche di manipolazione dell’affetto positivo. L’obbligo di sorridere, di essere entusiasti, di applaudire, di non lamentarsi, di celebrare il regime, non è nato in America. È stato codificato in America come tecnica di auto-manipolazione volontaria, dopo essere stato praticato dai totalitarismi come tecnica di controllo esterno.

Il salto di genio della cultura americana del dopoguerra è stato trasformare l’imposizione in scelta. Non è più il partito che ti obbliga a sorridere: sei tu che compri il libro per imparare a farlo.

Cosa dice la filosofia

Praticamente nessun filosofo serio ha mai difeso il pensiero positivo, questo perché il pensiero è pensiero. Aggiungergli l’aggettivo “positivo” è come dire “razza bianca”: limiti arbitrariamente il campo di quello che ti è permesso vedere.

Nietzsche, che spesso viene confuso con un pessimista, in realtà proponeva l’amor fati: amare quello che è, tutto, il buono e il cattivo, il piacere e il dolore, il successo e la caduta. È l’opposto del pensiero positivo. Il pensiero positivo dice “vedi solo il buono”. L’amor fati dice “guarda tutto e dì di sì”. La differenza è notevole.

Schopenhauer, il vero pessimista, era ancora più esplicito: il pensiero positivo è una menzogna consolatoria. Ci racconta che la vita ha un senso perché altrimenti non riusciremmo a sopportarla. Ma la funzione della filosofia, dice Schopenhauer, è togliere il velo, non aggiungerne un altro colorato.

Barbara Ehrenreich, giornalista americana, ammalatasi di cancro al seno nel 2001, ha scritto un libro fondamentale su questo: Bright-Sided (2009). Racconta come, durante la malattia, le sia stato imposto di pensare positivo da tutti: medici, amiche, terapeute, gruppi di supporto. Ogni volta che esprimeva rabbia o paura veniva ripresa: “non pensare così, ti fai male, attiri il male”. Il libro dimostra, con dati alla mano, che il pensiero positivo non guarisce nessuno e che l’obbligo di essere ottimisti è una forma di violenza culturale travestita da premura.

Come la new age l’ha capovolta

Non l’ha capovolta. La new age contemporanea è il pensiero positivo. È il suo abito spirituale. “Alza la tua vibrazione.” “Scaccia le energie negative.” “Non dare potere alle emozioni tossiche.” “Ciò che pensi si manifesta.”

Il pensiero positivo è la forma perfetta di addomesticamento contemporaneo, perché sembra libertà. Nessuno ti obbliga. Sei tu che scegli di farlo. E sei sempre tu che ripeti le affermazioni davanti allo specchio. E ancora sei tu che rifiuti di guardare quello che ti fa male, perchè ti sei costruita la gabbia con la tua stessa mano.

E dentro la gabbia, come dice Sibaldi, sei cinque volte meno intelligente. Perché hai eliminato l’ossigeno del pensiero critico.

Guarda queste cinque parole insieme, adesso che le conosci meglio.

Il senso di colpa (invenzione dei preti secondo Nietzsche, del Super-Io secondo Freud) ti convince di essere in debito.
La paura (buttata via da chi ti dice “vivi senza paura”) ti toglie la bussola.
L’ignoranza (venduta come umiltà spirituale) ti toglie gli strumenti per capire.
L’autostima (prodotto americano del Novecento) ti convince che stai bene lì dove sei.
Il pensiero positivo (evoluzione volontaria delle tecniche totalitarie) ti insegna a coprire quello che senti.

Sono cinque strati. E la cosa più impressionante è che quasi tutti e cinque ti sono stati venduti come cura di te.

Ti hanno detto: “Devi lavorare sull’autostima.” “Coltiva il pensiero positivo.” “Lascia andare la paura.” “Cerca di non farti troppe domande, fidati.” “Non sentirti in colpa, ma se qualcosa va male è perché non hai vibrato bene.”

Cinque messaggi diversi che dicono, sotto sotto, sempre la stessa cosa: stai ferma dove sei.
Ovvero: Non ti muovere. Non desiderare troppo. Non chiedere. Non guardare.


E allora cosa fare?

Se hai letto fin qui, hai già fatto un pezzo di strada importante.
Perché la prima cosa che si fa per uscire da un incantesimo è imparare il nome dell’incantatore.

Adesso sai che il senso di colpa è un’invenzione storica, non una realtà eterna.
Che la paura è un’informazione, non un difetto.
L’ignoranza reale è cieca, non feconda e va distinta dal non-so-ancora dei mistici.
L’autostima è un prodotto americano del Novecento, non una virtù umana antica.
E che il pensiero positivo è una tecnica di controllo, non una scoperta spirituale.

Le cinque parole trappola sono giovani. Alcune hanno cent’anni, altre appena cinquanta. Ti sono state consegnate come se fossero sagge, antiche, spirituali. Ma in verità non lo sono.

Sono strumenti di addomesticamento molto raffinati. Così non pensi a te stessa, e deleghi la tua responsabilità fuori, agli altri, che prendono il sopravvetno su di te.

E il tuo Daimon, che è davvero la parte più antica che ti abita veramente, ti parla solamente se sei allineata.

Il Daimon parla la lingua di Socrate (“so di non sapere e allora chiedo”):
significa che riconoscere i propri limiti e la propria ignoranza è il primo passo fondametnale per imparare e cercare la verità attraverso le domande.

  • “So di non sapere”: il principio socratico (tramandato da Platone). Chi pensa di sapere tutto non impara nulla, mentre chi ammette di non conoscere un argomento apre la mente alla conoscenza.
  • “E allora chiedo”: Indica l’atteggiamento della maieutica, il metodo di Socrate basato sul dialogo e sulle domande fatte agli altri per stimolare la riflessione e fare emergere la verità, capire meglio le cose, rifiutando la presunzione di avere sempre una risposta pronta.

Parla anche la lingua di Nietzsche (“guardo tutto e dico di sì”):
l’amor fati (l’amore per il proprio destino) e l’accettazione totale della vita.

Dire “di sì” a tutto significa accogliere l’esistenza nella sua interezza, senza filtri o illusioni.
Perchè è una scelta di coraggio assoluto:

  • Superamento del pessimismo: Invece di rifiutare la vita o fuggire dal dolore rifugiandosi in illusioni religiose, morali o metafisiche, l’individuo accetta la realtà così com’è.
  • Abbracciare gli opposti: Dire di sì significa accogliere la gioia insieme al dolore, il successo insieme al fallimento, la nascita insieme alla distruzione. Ogni elemento è necessario e indissolubile.
  • L’Eterno Ritorno: Questo concetto è strettamente legato al pensiero dell’eterno ritorno dell’uguale. L’uomo che “dice di sì” è colui che desidera a tal punto la propria vita da volerla rivivere esattamente allo stesso modo, infinite volte, con ogni singolo dettaglio doloroso o felice.

In sintesi, per Nietzsche il “sì” è la massima espressione di una volontà di potenza sana, tipica dell’Oltreuomo (Übermensch), che non ha bisogno di giustificare il mondo per amarlo, ma lo celebra per il solo fatto di esistere.

Il Daimon è daccordo anche con Kierkegaard quando dice (“l’angoscia è la vertigine della mia libertà”):
Cioè la paura profonda e il vuoto dell’angoscia nascono quando ci rendiamo conto di essere totalmente liberi e responsabili delle nostre scelte.

La libertà diventa quindi una possibilità. L’essere umano è libertà.

  • Significa che non hai un destino già scritto.
  • Ogni giorno puoi decidere cosa fare, chi essere e dove andare.
  • Questa mancanza di certezze fisse spaventa.

E’ l’effetto della vertigine e che Kierkegaard la usa come metafora per spiegare questa sensazione.

  • Pensa a quando ti affacci sul bordo di un alto dirupo.
  • La vertigine non nasce solo dal pericolo di cadere.
  • Nasce dalla consapevolezza improvvisa che potresti anche buttarti, se lo volessi. L’occhio guarda nel vuoto e prova un’attrazione spaventosa.

Il significato dell’angoscia è esattamente questo: il brivido e lo smarrimento di fronte al vuoto delle infinite possibilità.
Non hai paura di un pericolo preciso (quella è la paura normale), ma del nulla e del potere immenso che hai tra le mani di scegliere il tuo bene o il tuo male.

Ma soprattutto il Daimon è molto daccordo con gli antichi che:

chiamavano amor proprio il coraggio di diventare:
che significa avere la forza d’animo e il coraggio di evolversi, di coltivare il proprio potenziale, di crescere e di realizzarsi profondamente come persone, affrontando anche la fatica del cambiamento; senza l’obbligo di piacersi, come insegna l’approccio moderno/critico.

Perchè questo secondo approccio denota la deriva contemporanea dell’amor proprio, spesso ridotto a un dovere superficiale di accettarsi a tutti i costi o di piacersi esteticamente e psicologicamente, quasi come un obbligo morale da sbandierare.

Amarsi davvero non significa guardarsi allo specchio e compiacersi di come si è (l’obbligo di piacersi), ma avere l’audacia di intraprendere il viaggio per scoprire e costruire chi possiamo essere veramente (il coraggio di diventare).

La morale in definitiva è: “Impara le parole giuste e le trappole si allentano da sole”.


Mi aspetto che:

chi legge questo articolo mi legga e mi segua già su Instgram @enricaroncuzzi.

Ma soprattutto abbia già preso in mano le Daimon Creative Cards almeno una volta, si sia già seduta davanti al Cleaning Book anche solo per cinque minuti.

Do per scontato che tu abbia fatto, o stia facendo, il primo tratto di strada in autonomia.
Se non lo hai fatto sappi che c’è un gruppo Telegram proprio per questo, che ti aspetta.

Apri il Cleaning Book. Pesca una carta. Prendi il pennarello. Togli un chiodo alla volta.

Spero con tutta me stessa che questo articolo ti sia stato di stimolo.

Condividilo con le amiche, se pensi possa essere di aiuto.

Con tutto il mio affetto,
Enrica


Ascoltati, Osa, Raggiungi.
Il mondo è
meraviglioso, siamo noi ad avere paura di viverci sopra.

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